L’opponibilità del diritto di abitazione in favore del coniuge superstite

Tra i diritti successori del coniuge vi è il diritto di abitazione della casa adibita a residenza familiare.

L’acquisto di detto diritto si verifica in capo al coniuge superstite automaticamente al momento dell’apertura della successione, senza bisogno di espressa accettazione avvenendo secondo la modalità di cui all’art. 649 c.c. . Il codice civile all’art. 540 prevede infatti una disposizione a titolo particolare che opera anche in assenza o addirittura contro la volontà del coniuge defunto (salvo l’ipotesi che questi abbia previsto in favore dell’altro coniuge un legato ex art. 551 c.c. espressamente sostitutivo anche di detti diritti).
Proprio l’automaticità dell’acquisto (rifiutabile da parte del superstite) pone un problema di opponibilità dello stesso ossia la possibilità di far valere detto acquisto anche verso i terzi aventi causa dall’erede.
Salva l’ipotesi di un testamento nel quale al coniuge venga assegnato ciò che la legge gli assegna, con correlativa trascrizione di un estratto autentico del testamento, oppure le varie elaborazioni anche suggerite dalla dottrina (come il caso in cui il legatario accetti il lascito con un negozio specifico e atipico di accettazione o, secondo una diversa opinione, in cui lo stesso trascriva la domanda di accertamento dell’acquisto), la mancanza di titolo impedisce l’operatività del disposto dell’art. 2648 c.c., rilevante com’è noto ai fini della continuità della trascrizione.
Quanto sopra rileverebbe soprattutto in dipendenza di quanto deciso da Cass. 21 febbraio 1995, n. 1909, la quale aveva fatto applicazione della regola dell’art. 2644 c.c., ritenendo necessaria la trascrizione ai fini di opponibilità Ne discenderebbe che, se non trascritto, il detto acquisto a titolo di legato non sarebbe opponibile. Pertanto, in caso di cessione a terzi del bene da parte del beneficiario testamentario al quale è stato attribuito il medesimo immobile, il terzo farebbe salvo l’acquisto della piena proprietà. Così come per ogni altra forma di disposizione del medesimo compresa l’iscrizione sullo stesso di un’ipoteca a garanzia di un mutuo.

Cass., 24 giugno 2003, n. 10014 ha però messo in luce che non esiste alcun conflitto, da risolvere in base alle norme sugli effetti della trascrizione, tra il diritto di abitazione, che il coniuge legatario acquista direttamente dall’ereditando, ed i diritti spettanti agli aventi causa dall’erede, per due ordini di motivi:

  1. Anzitutto, perché non si tratta di diritti incompatibili, ma, all’opposto, compatibili, posto che l’erede, al quale perviene per testamento la proprietà dell’immobile adibito a residenza  familiare, « già acquista un diritto di proprietà gravato dal diritto reale di abitazione »;
  2. In secondo luogo, poiché non sussiste un « comune autore », in quanto né l’erede né il de cuius  possono  considerarsi « comune autore » del legatario e dell’acquirente dall’erede.  Invero, il coniuge-legatario sarebbe acquirente mortis causa ed ex lege  dal de cuius, mentre chi acquista dall’erede istituito risulta acquirente inter vivos proprio da questo ultimo. 

Inoltre non si tratta neppure di opponibilità in senso tecnico, in quanto il beneficiario testamentario (o anche erede legittimo in caso di rinuncia all’eredità da parte del coniuge che pure conserverebbe il detto legato) dell’attribuzione, acquista direttamente una proprietà già onerata del diritto reale limitato riservato ex lege al coniuge superstite.

Secondo la Cassazione, al caso si può comunque applicare la disciplina degli acquisti dall’erede apparente (pertanto l’acquisto del terzo avente causa (compreso il creditore iscritto) saranno salvi ma solo se ricorrano i requisiti di applicabilità dell’art. 534 c.c. (buona fede invero difficilmente dimostrabile per un istituto di credito dopo un’istruttoria per la concessione  di un finanziamento).

E’ dunque sancita la prevalenza del legato ex lege di cui all’art. 540 c.c. anche se non trascritto, ma con il temperamento dell’applicazione del disposto dell’art. 534, comma 3º, c.c.

Ne deriva che sarà onere dei creditori accertare se sul bene concesso in garanzia gravino i diritti in questione, ossia preoccuparsi  di verificare se al dante causa in via successoria del concedente sia sopravvissuto il di lui coniuge convivente.

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le quote di eredità nella successione legittima

Proponiamo uno schema riassuntivo delle quote di eredità nella successione ad intestato (senza testamento):

  • Riguardo ai figli, la legge li pone tutti sullo stesso piano.      Avranno dunque la stessa quota di eredità:
  1. I figli nati in costanza di matrimonio
  2. I figli nati da genitori non sposati che, dopo la nascita, contraggano matrimonio.
  3. I figli nati da genitori non sposati, che vengono riconosciuti o dichiarati tali giudizialmente.
  4. I figli adottati.
  • Per il disposto dell’art. 548 del codice civile, il coniuge separato giudizialmente senza addebito ovvero il coniuge separato consensualmente, gode degli stessi diritti successori del coniuge non separato.

Dunque:

  1. È escluso dalla successione legittima il coniuge divorziato, così come il convivente. 
  2. Non entra nella successione legittima il coniuge separato giudizialmente ma solo se con addebito della causa di separazione.

 

 

nb: l'art. 540 c.c. - dettato in ambito di "successione necessaria" - statuisce che al coniuge superstite comunque spettino i diritti di abitazione sulla casa adibita a residenza familiare e di uso sui mobili che la corredano, se di proprietà del defunto o comune. Il meccanismo di imputazione del valore di detti diritti risulta da detto articolo. 

Nella successione legittima, ovvero non regolata da testamento, la quota  spettante al coniuge è "composta" da tali diritti (il valore dei quali è dunque imputato in quello della quota indicata nella tabella). Inoltre gli stessi spettano al coniuge automaticamente all'apertura della successione, essendo l'oggetto di un legato ex lege in suo favore, e, pertanto, anche nel caso che il medesimo rinunci all'eredità.

Detti diritti spettano anche al CONIUGE SEPARATO senza addebito ma solo quando questi occupi l'immobile al momento della morte del de cuius, o in forza della pronunzia di separazione o del provvedimento giudiziale di assegnazione ex art. 337 - series c.c., ma non anche quando lo stesso non abbia più alcun rapporto con l'immobile. La Corte di Cassazione ha infatti escluso la spettanza di tali diritti al coniuge separato senza addebito, per difetto della coabitazione, interrotta dalla separazione e dunque dalla cessazione della convivenza, con impossibilità di individuare il presupposto oggettivo della norma, ossia una casa adibita a residenza familiare.- Conseguentemente gli stessi diritti non spettano al coniuge cui sia stata addebitata la separazione con sentenza passata in giudicato né al coniuge divorziato. 





Per un'analisi della posizione giurisprudenziale in merito all'opponibilità del diritto di abitazione di cui all'art. 540 c.c. visita il relativo articolo

Il caso della rinuncia da parte uno dei chiamati

Le quote sopra indicate, salva la rappresentazione in favore dei discendenti dei figli del rinunciante, subiranno il seguente ricalcolo:

  1. Chi muore lascia il coniuge e due figli, senza altri parenti (ascendenti, fratelli/sorelle): in tal caso abbiamo visto che al coniuge superstite spetta 1/3 dell’eredità ed i restanti 2/3 ai figli.

1) se rinuncia il coniuge: l’eredità spetta per intero ai figli;

  • 2) rinuncia di uno dei figli: l’eredità è devoluta in parti uguali tra il coniuge e l’altro figlio.
  • – Se il de cuis lascia il coniuge e di più di due figli: in caso di rinuncia di un solo figlio o quantomeno di un numero di figli per cui ne rimangano sempre più di due concorrenti, il coniuge prenderà sempre 1/3 dell’eredità ed i restanti due terzi verranno divisi per quanti sono i figli accettanti.

  • 2. Chi muore lascia il coniuge ed un solo figlio, vi sono altri parenti (ascendenti e fratelli/sorelle): l’eredità si ripartisce in parti uguali tra il coniuge ed il figlio.
  • a) se rinuncia il coniuge: l’eredità va per intero all’unico figlio senza concorso con altri parenti.

    b) se rinuncia il figlio: l’eredità va per intero al coniuge superstite.

    3. Chi muore lascia il coniuge ed altri parenti (ascendenti, fratelli/sorelle), ma senza prole: al coniuge spetterebbe la quota di 2/3 dell’eredità ed il restante 1/3 è assegnato in favore degli ascendenti o dei fratelli/sorelle. Qualora entrambe le categorie di parenti siano presenti alla successione, la quota di 1/3 è ripartita secondo quanto previsto dall’art. 571 c.c. e comunque la quota minima degli ascendenti non può essere inferiore ad 1⁄4 dell’eredità.

    a) se rinuncia il coniuge: l’eredità è devoluta ai genitori e ai fratelli o sorelle per capi, fermo restando che agli ascendenti non può essere riconosciuta una quota inferiore della metà.

    b) rinuncia di tutti i fratelli: l’eredità per la quota di 1/3 è devoluta agli ascendenti

    c) rinuncia di un solo fratello: la quota di 1/3 è sempre devoluta agli ascendenti e agli altri fratelli in applicazione dell’art. 582 c.c.

    d) rinuncia dei genitori o anche di uno solo dei due: al coniuge viene sempre riconosciuta la quota dei 2/3 ed al genitore accettante ed ai fratelli/sorelle quella di 1/3.

    4. Successione in favore del figlio e dei discendenti in rappresentazione dell’altro figlio premorto o rinunciante (in assenza del coniuge): in caso rinuncia di un figlio del fratello premorto all’eredità, l’accrescimento si avrà solo in favore del di lui fratello e non anche dello zio, cioè del figlio del de cuius, posto che in tal caso l’operatività della rappresentazione delimita la successione per stirpe ed all’interno della stessa e limitatamente alla stessa opera il ricalcolo della quota.

    5. Successione in favore degli ascendenti e dei fratelli e sorelle (art. 571 co.1 c.c.): ai genitori del defunto è assegnata sostanzialmente una quota fissa pari a metà dell’eredità del figlio deceduto, senza che rilevi il numero dei fratelli, i quali si divideranno la restante metà del patrimonio in parti uguali.

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