Regolamento UE n. 650 del 2012: la legge applicabile alla successione transfrontaliera

Il Regolamento UE n. 650 del 2012 si applica a tutte le successioni apertesi a decorrere dal 17 agosto 2015 e regola uniformemente la materia successoria (giurisdizione, legge applicabile ed efficacia delle decisioni) per tutti i casi in cui sussistano elementi di estraneità rispetto ad un singolo ordinamento.

La relativa disciplina ha carattere universale e si applica non solo ai cittadini degli Stati dell’Unione, ma anche ai soggetti extracomunitari residenti abitualmente in un paese membro.

Le ipotesi di applicabilità del regolamento sono, dunque, sempre più numerose evidenziando l’importanza (per il soggetto che vive, per qualunque ragione, in uno stato diverso da quello di cui è cittadino o che possiede conti correnti o beni in Stati diversi ovvero ancora, che ha più cittadinanze) di sapere quali sono le norme che regoleranno la propria successione o le norme che regolano la successione di un parente che possedeva beni in più paesi o si era trasferito in altra nazione.

Gli scopi che la normativa comunitaria si prefigge sono dunque:

– facilitare l’individuazione ex ante della legge applicabile, per garantire una maggiore chiarezza nella pianificazione della successione e una maggiore tutela del cittadino;

– individuare una legge unica, volta a regolare l’intera successione (anche la divisione ereditaria, dunque) per assicurare una maggiore certezza del diritto ed evitare così i conflitti tra leggi o l’instaurazione di una successione frammentata in masse, disciplinate da leggi diverse (ad esempio in base alla qualità dei beni e alla loro collocazione).

Regole per l’individuazione della disciplina:

  1. la competenza generale ed automatica è quella della legge di residenza abituale;
  2. viene lasciata all’ereditando la possibilità di scegliere la legge (c.d. PROFESSIO IURIS) che sarà applicata alla propria successione ma solo optando per quella di un paese di cui è cittadino.
    Rimangono, invece, esclusi gli aspetti relativi alla materia fiscale (spetta, infatti, alla legislazione nazionale di ciascuno Stato membro stabilire quali imposte di successione debbano essere pagate e dove), nonché le questioni inerenti al regime patrimoniale tra coniugi, ai trust, o a quei diritti che si acquistano non iure successionis, ma in forza di altri rapporti (pensioni di reversibilità, eventuali indennità).

Dunque:

A) PER CRITERIO “NATURALE” – ovvero in mancanza della detta Professio iuris – LA LEGGE CHE REGOLERA’ L’INTERA SUCCESSIONE SARA’ QUELLA DELLO STATO IN CUI IL DE CUIUS AVEVA LA RESIDENZA ABITUALE AL MOMENTO DELLA MORTE.

B) La persona della cui successione si tratta può scegliere una legge diversa da quella della sua residenza abituale, ma solo:

– legge dello Stato di cittadinanza (una della più) al momento della scelta;

– legge dello Stato di cittadinanza (o una delle più) al momento della morte.

(I criteri sono dunque invertiti rispetto a quanto previsto dalla Legge 218/1995).

La scelta deve avvenire in modo espresso, mediante dichiarazione resa nella forma di una disposizione a causa di morte o risultare in modo implicito, ma non equivoco, dalle clausole di tale disposizione: la forma della professio iuris è dunque, per il nostro ordinamento, una forma testamentaria, in quanto tale modificabile o revocabile.

“La scelta di legge potrebbe risultare sempre utile, qualora vi sia anche solo la probabilità di spostare la propria residenza abituale in un paese straniero e si desidera l’applicazione della legge del paese d’origine. Lo stesso si potrebbe dire nel caso in cui un soggetto sia in procinto di acquisire una nuova cittadinanza e abbia preferenza per la legge di quello Stato.”

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Gli atti ricognitivi di liberalità indirette: mezzi per assicurare trasparenza e parità di trattamento tra eredi legittimi in sede di successione

L’opportunità degli atti ricognitivi delle liberalità non donative: strumenti per assicurare la parità di trattamento tra eredi legittimari.

Le liberalità indirette (o liberalità non donative) costituiscono una categoria eterogenea di negozi giuridici con i quali un soggetto arricchisce volontariamente un terzo usando un mezzo diverso dall’atto tipico di donazione. 

Frequenti sono le ipotesi di liberalità non donative che possono ricorrere nella prassi. Al fine di introdurre le riflessioni che seguono, possiamo riportare gli esempi più comuni, come quello:

  • del genitore che paga il prezzo dell’abitazione acquistata dal figlio (art. 1180 c.c.);
  • del genitore che acquista da terzi l’immobile intestandolo (ex. art. 1411 c.c.) direttamente al figlio;
  • del figlio che acquista il bene con denaro fornitogli dal genitore a titolo di prestito quando, successivamente, il genitore medesimo rinunci al credito verso il figlio.

Quelle sopra elencate sono tutte ipotesi soggette al disposto dell’art. 809 c.c. che al primo comma assoggetta le liberalità risultanti da atti diversi da quelli previsti dall’articolo 769 c.c. alle medesime norme che regolano la revocazione delle donazioni per causa d’ingratitudine e sopravvenienza dei figli, e a quelle sulla riduzione delle donazioni allo scopo di integrare la quota dovuta ai legittimari.

Altra norma che tratta le liberalità non donative è l’art. 737 c.c.  prevedendo che queste ultime, se abbiano come beneficiari figli, discendenti  o coniuge, vadano collazionate. In sede di quella che sarà la divisione ereditaria del soggetto che le ha disposte, del valore di tali attribuzioni (l’arricchimento) sarà tenuto conto al fine di garantire la parità di trattamento nell’ambito del nucleo familiare. Dette liberalità indirette, come le donazioni dirette, si considerano, infatti, come attribuzioni effettuate come anticipazione di successione e, si presume, che chi le effettua voglia che delle stesse si tenga conto quando gli eredi si andranno a spartire il patrimonio relitto.

Così, per lo stesso significato di anticipazione successoria, il legittimario che le abbia ricevute dovrà tenerne conto non solo in sede di divisione ma anche qualora, ritenendosi leso dal testamento o da altre donazioni dirette o indirette, decida di agire in riduzione: è il caso dell’imputazione prevista dall’articolo 564 2° comma c.c. quale onere del legittimario che agisca in riduzione.

Così come lo stesso beneficiario sarà soggetto all’azione di riduzione da parte degli altri eventuali legittimari che si reputino lesi da tale atto dispositivo a titolo liberale, proprio come se si trattasse di una donazione diretta.

Sappiamo, però, che il regime di circolazione dei beni provenienti da donazione indiretta – dove appunto il titolo di acquisto non è rappresentato da una donazione ma, appunto, da un diverso atto (es. compravendita) – può essere diverso da quello che “affligge” i beni di provenienza donativa. Se, infatti, risulta sempre possibile agire in riduzione avverso la donazione diretta o indiretta che sia, non pare più possibile offrire una tutela reale al legittimario leso una volta che il beneficiario dell’attribuzione non donativa abbia alienato a terzi quanto ricevuto. In tal caso, infatti, prevarrà il terzo avente causa senza acquirente di buona fede ed al legittimario non resterà altra tutela che il patrimonio generico del beneficiario già proprietario.

Pertanto, a scapito di una sia pur limitata penalizzazione nella circolazione del bene attribuito, il disponente può avere interesse a far emergere il carattere liberale dell’attribuzione effettuata o dell’arricchimento comunque procurato al beneficiario e, ciò, al fine di sottoporre l’attribuzione effettuate alla corretta disciplina giuridica.

Non essendo imposta da norma di legge, una dichiarazione tendente all’emersione della natura liberale di una fattispecie apparentemente anche onerosa (apparenza che deriva dal mezzo utilizzato e non è derivante da accordo tra le parti, essendo l’ipotesi analizzate del tutto estranee al fenomeno simulatorio) pare opportuna tutte le volte che si intenda rispettare la parità di trattamento tra i successibili.

Ove la stessa mancasse, infatti, il beneficiario della donazione indiretta potrà giovarsi dell’arricchimento anche ulteriormente a quanto gli riserva da legge se legittimario del dante causa. Non dovendo imputare quanto ricevuto potrà agire in riduzione ritenendosi leso dalle altre attribuzioni fatte dal medesimo disponente, così andando a “scardinare” anche il piano successorio fatto da questo ultimo, così ledendo le posizioni degli altri beneficiati.

La detta dichiarazione tendente all’emersione dell’intento liberale da parte del disponente può essere contenuta nello stesso atto compiuto (es. nella compravendita al momento del pagamento del prezzo quale terzo adempiente o, in caso di stipulazione a favore del terzo, andando a costituire l’interesse stesso dello stipulante necessario al fine della deviazione degli effetti favorevoli) ma, in effetti, nella maggior parte delle ipotesi, non vi è nessuna norma che la imponga (salvo opportunità ai fini di accertamento finanziario tendenti ad evidenziare la corretta provenienza della provvista) e, pertanto, se ivi mancante, può anche essere successiva all’atto o attività già compiuta.

L’atto ricognitivo

Come l’autore dell’arricchimento può disvelare il suo intento liberale in sede dell’atto che direttamente produce l’acquisto in favore del beneficiario, così tale soggetto può disvelare il suo intento liberale anche successivamente a mezzo successivo atto o anche nel testamento.

Farà così emergere la vera natura dell’atto compiuto ai fini di un’equa distribuzione dei proprio bene post mortem.

La dichiarazione di tale soggetto potrà essere unilaterale e verrà a costituire un atto ricognitivo (essendo chiara e non incerta per l’autore la natura dell’atto già compiuto).

Anche il beneficiario dell’arricchimento (che apparentemente non è tale) potrà svelare la vera natura – liberale – dell’atto compiuto. In tal caso egli effettua una confessione stragiudiziale perché ammette un fatto a se sfavorevole ma favorevole ad altri (coeredi legittimari).

L’emersione della vera natura dell’atto compiuto è sicuramente auspicabile ai fini dell’applicazione all’istituto della disciplina che gli è propria.

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L’opponibilità del diritto di abitazione in favore del coniuge superstite

Tra i diritti successori del coniuge vi è il diritto di abitazione della casa adibita a residenza familiare.

L’acquisto di detto diritto si verifica in capo al coniuge superstite automaticamente al momento dell’apertura della successione, senza bisogno di espressa accettazione avvenendo secondo la modalità di cui all’art. 649 c.c. . Il codice civile all’art. 540 prevede infatti una disposizione a titolo particolare che opera anche in assenza o addirittura contro la volontà del coniuge defunto (salvo l’ipotesi che questi abbia previsto in favore dell’altro coniuge un legato ex art. 551 c.c. espressamente sostitutivo anche di detti diritti).
Proprio l’automaticità dell’acquisto (rifiutabile da parte del superstite) pone un problema di opponibilità dello stesso ossia la possibilità di far valere detto acquisto anche verso i terzi aventi causa dall’erede.
Salva l’ipotesi di un testamento nel quale al coniuge venga assegnato ciò che la legge gli assegna, con correlativa trascrizione di un estratto autentico del testamento, oppure le varie elaborazioni anche suggerite dalla dottrina (come il caso in cui il legatario accetti il lascito con un negozio specifico e atipico di accettazione o, secondo una diversa opinione, in cui lo stesso trascriva la domanda di accertamento dell’acquisto), la mancanza di titolo impedisce l’operatività del disposto dell’art. 2648 c.c., rilevante com’è noto ai fini della continuità della trascrizione.
Quanto sopra rileverebbe soprattutto in dipendenza di quanto deciso da Cass. 21 febbraio 1995, n. 1909, la quale aveva fatto applicazione della regola dell’art. 2644 c.c., ritenendo necessaria la trascrizione ai fini di opponibilità Ne discenderebbe che, se non trascritto, il detto acquisto a titolo di legato non sarebbe opponibile. Pertanto, in caso di cessione a terzi del bene da parte del beneficiario testamentario al quale è stato attribuito il medesimo immobile, il terzo farebbe salvo l’acquisto della piena proprietà. Così come per ogni altra forma di disposizione del medesimo compresa l’iscrizione sullo stesso di un’ipoteca a garanzia di un mutuo.

Cass., 24 giugno 2003, n. 10014 ha però messo in luce che non esiste alcun conflitto, da risolvere in base alle norme sugli effetti della trascrizione, tra il diritto di abitazione, che il coniuge legatario acquista direttamente dall’ereditando, ed i diritti spettanti agli aventi causa dall’erede, per due ordini di motivi:

  1. Anzitutto, perché non si tratta di diritti incompatibili, ma, all’opposto, compatibili, posto che l’erede, al quale perviene per testamento la proprietà dell’immobile adibito a residenza  familiare, « già acquista un diritto di proprietà gravato dal diritto reale di abitazione »;
  2. In secondo luogo, poiché non sussiste un « comune autore », in quanto né l’erede né il de cuius  possono  considerarsi « comune autore » del legatario e dell’acquirente dall’erede.  Invero, il coniuge-legatario sarebbe acquirente mortis causa ed ex lege  dal de cuius, mentre chi acquista dall’erede istituito risulta acquirente inter vivos proprio da questo ultimo. 

Inoltre non si tratta neppure di opponibilità in senso tecnico, in quanto il beneficiario testamentario (o anche erede legittimo in caso di rinuncia all’eredità da parte del coniuge che pure conserverebbe il detto legato) dell’attribuzione, acquista direttamente una proprietà già onerata del diritto reale limitato riservato ex lege al coniuge superstite.

Secondo la Cassazione, al caso si può comunque applicare la disciplina degli acquisti dall’erede apparente (pertanto l’acquisto del terzo avente causa (compreso il creditore iscritto) saranno salvi ma solo se ricorrano i requisiti di applicabilità dell’art. 534 c.c. (buona fede invero difficilmente dimostrabile per un istituto di credito dopo un’istruttoria per la concessione  di un finanziamento).

E’ dunque sancita la prevalenza del legato ex lege di cui all’art. 540 c.c. anche se non trascritto, ma con il temperamento dell’applicazione del disposto dell’art. 534, comma 3º, c.c.

Ne deriva che sarà onere dei creditori accertare se sul bene concesso in garanzia gravino i diritti in questione, ossia preoccuparsi  di verificare se al dante causa in via successoria del concedente sia sopravvissuto il di lui coniuge convivente.

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La Guida per la terza età

Strumenti patrimoniali, opportunità, tutele

La Guida per il Cittadino, elaborata da Consiglio Nazionale del Notariato e Associazioni dei Consumatori, avente ad oggetto gli strumenti legislativi a disposizione dei soggetti che intendono valorizzare o monetizzare il proprio patrimonio per affrontare con serenità la terza età:

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GLI ACCORDI DI REINTEGRAZIONE DELLA LEGITTIMA

LA TUTELA NEGOZIALE DELLA LEGITTIMA

Il legittimario leso o pretermesso può “recuperare” valori corrispondenti alla quota di riserva ex lege, non solo attraverso l’accertamento giudiziale che consegue all’esercizio dell’azione di riduzione, ma anche concludendo un accordo con i beneficiari delle disposizioni a lui lesive.

Per ottenere il risultato voluto le parti non hanno a disposizione accordi tipizzati dalla legge, essendo tali negozi previsti unicamente in campo tributario e precisamente dal “Testo unico delle disposizioni concernenti l’imposta sulle successioni e donazioni” – decreto legislativo 31 ottobre 1990, n. 346:

  • l’art. 43 di detto decreto  stabilisce che «nelle successioni testamentarie l’imposta si applica in base alle disposizioni contenute nel testamento, anche se impugnate giudizialmente, nonché agli eventuali accordi diretti a reintegrare i diritti dei legittimari, risultanti da atto pubblico o da scrittura privata autenticata»;
  • l’art. 30, lettera d) dello stesso decreto menziona tra gli allegati alla dichiarazione di successione «la copia autentica dell’atto pubblico o della scrittura privata autenticata dai quali risulta l’eventuale accordo delle parti per l’integrazione dei diritti di legittima lesi».

Gli accordi di reintegrazione di legittima sono stati dunque definiti “un disomogeneo insieme di schemi negoziali finalizzati a far recuperare al legittimario beni o valori corrispondenti alle quote di legittima lesa.”

Se è pacifica l’ammissibilità di siffatti accordi, più controversa è l’individuazione dei loro effetti, se cioè siano esclusivamente di accertamento oppure anche traslativi, nonché del titolo che legittima l’acquisto della quota di legittima, la vocazione legale oppure l’accordo negoziale.

 

Per individuare effetti e disciplina, anche fiscale, occorre analizzare il tipo di accordo che il legittimario e il soggetto od i soggetti beneficiati vorranno stipulare.  Se la “causa” della stipulazione può dirsi unica, ovvero la tutela dei legittimari lesi, i quali reintegrano le loro aspettative patrimoniali, le modalità operative, invece, tipizzano i detti accordi in maniera completamente diversa.

Potranno infatti aversi negozi dispositivi-traslativi con efficacia ex nunc o negozi addirittura dichiarativi, di mero accertamento, non traslativi che fanno retroagire gli effetti al momento dell’apertura della successione.

I vari tipi di accordo astrattamente ipotizzabili:
  1. ACCORDO DI REINTEGRAZIONE DI LEGITTIMA AD EFFICACIA DICHIARATIVA

Con detto negozio le parti evitano la sentenza ma non gli effetti della medesima. Verrà, infatti, riprodotto esattamente lo stesso risultato cui il legittimario potrebbe pervenire a seguito del vittorioso esperimento dell’azione di riduzione.

La caratteristica di questo accordo che si inserisce, modificandola, nella vicenda successoria, è che “non determina una vicenda traslativa: i beni si considerano, nei riguardi del legittimario leso, come mai usciti dal patrimonio del de cuius, pertanto il titolo di acquisto non è l’atto, bensì la stessa legge (MENGONI)”.

L’acquisto in favore del legittimario tacitato delle sue ragioni, che gli vengono, si ripete, con questo negozio pienamente ed esattamente riconosciute, non avviene tramite il negozio inter vivos (che ha natura dichiarativa), bensì “iure successionis”.

“Altra dottrina evidenzia l’inammissibilità di consentire ad un accordo frutto dell’autonomia privata l’acquisto in capo al legittimario pretermesso della qualità di erede, al di fuori di qualsiasi controllo giudiziario . Tale dottrina, inoltre, disconosce la possibilità che l’effetto traslativo possa essere ricollegato al negozio di accertamento che, per definizione, si limita ad eliminare una situazione di incertezza senza immutare la situazione giuridica considerata preesistente. Dunque, se il negozio di accertamento non è da solo in grado di produrre il trasferimento dei beni in capo al riservatario, si dovrà imputare tale effetto ad un diverso negozio la cui causa sia in grado di produrlo. E tale negozio sarebbe stato individuato in un negozio unilaterale idoneo a riequilibrare il contenuto di un contratto altrimenti risolubile. Si tratterebbe di un trasferimento inter vivos e il legittimario reintegrato nella legittima dovrebbe considerarsi avente causa del beneficiario della disposizione lesiva ridotta.”

Sembra però preferibile la tesi che attribuisce all’accordo in esame gli stessi effetti della sentenza di riduzione: l’inefficacia relativa della disposizione lesiva e la conseguente operatività della vocazione ex lege in favore del legittimario, il quale succede mortis causa al defunto. L’accordo delle parti non costituirà il titolo di acquisto del legittimario ma avrà semplicemente la funzione di rimuovere l’ostacolo al prodursi della vocazione legale in favore del legittimario stesso .

Così Cass. 18 giugno 1956, n. 2171, la quale ha affermato che non è lecita alcuna distinzione di effetti giuridici tra il caso in cui l’azione di riduzione sia stata esercitata in giudizio con esito favorevole dal caso in cui le parti, a seguito della ricostruzione dell’asse ereditario, abbiano proceduto alla determinazione e relativa assegnazione alla parte dei beni dell’erede leso.

La delazione ereditaria in tale caso avviene per legge, così come nel caso del giudizio di riduzione, e non dipende dal provvedimento giudiziale che può, al limite, accertare ma mai attribuire la qualità di erede.

Il negozio non produce altro effetto che quello medesimo della sentenza: rende inefficace la delazione testamentaria, facendo rendere operativa la delazione “ex lege”: in questo senso anche il normato tributario che prevede (per tale accordo) l’applicazione dell’imposta sulle successioni e non quella di registro, rimarcando la provenienza successoria e non inter vivos dell’attribuzione al legittimario.

Essendo siffatti accordi dei negozi di accertamento e non traslativi non sarà dunque necessario applicare la normativa prevista per i negozi traslativi: si pensi alla menzioni ed allegazioni urbanistiche (art. 46 e art. 30 d.p.r. n. 380/2001), alla dichiarazione di conformità dei dati catastali e delle planimetrie depositate in catasto (art. 29, comma 1-bis legge n. 52/1985), all’allegazione dell’attestato di certificazione energetica (d.lgs. n. 192/2005 come modificato).

Si instaurerà una comunione ereditaria tra eredi e legittimari (non necessariamente eredi, secondo la teoria che si voglia seguire) questi ultimi per la quota di eredità loro riservata dalla legge.

2. LA TRANSAZIONE

Certamente non è precluso alle parti ricorrere al negozio transattivo al fine di prevenire l’esperimento dell’azione di riduzione o  di porre fine ad una lite già esistente.

In questa ipotesi, a differenza del negozio di accertamento, le ragioni del legittimario non saranno pienamente riconosciute, ma il medesimo, come il beneficiario, sarà tenuto alle “reciproche concessioni” che caratterizzano la transazione ex art. 1935 e ss. c.c.

Dette concessioni potranno consistere oltre che in una non corrispondenza quantitativa alla quota di riserva – anche o alternativamente – in una non corrispondenza qualitativa come nel caso in cui il legittimario venga tacitato con beni non compresi nell’asse ereditario.

Si tratta di un negozio inter vivos traslativo che produce effetti dal momento in cui si perfeziona, che seguirà le ordinarie regole di tassazione proporzionale in tema di imposta di Registro.

3. LA RINUNCIA ALL’AZIONE DI RIDUZIONE VERSO CORRISPETTIVO

Al fine di darà stabilità all’assetto voluto dal de cuius, gli eredi istituiti possono convenire che il legittimario leso o pretermesso rinunci all’esercizio dell’azione di riduzione avverso un corrispettivo che può costituire in una somma di denaro o un bene sia ereditario che del beneficiario.

Anche in questo caso siamo nell’ambito di un negozio traslativo con effetti che non retroagiscono, che segue le regole ordinarie di tassazione.

 

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LA TUTELA DEI LEGITTIMARI: L’AZIONE DI RIDUZIONE

L’azione di riduzione è l’impugnativa negoziale tendente a rendere inefficace la disposizione testamentaria o la donazione nei confronti del legittimario leso.

Legittimari sono quei soggetti al quale l’ordinamento riserva un’astratta quota del patrimonio del defunto in ragione del particolare vincolo (parentela, matrimonio e unione civile) che li lega a questo ultimo.

Infatti, a favore del coniuge, dei figli legittimi, a cui sono equiparati i figli legittimati e adottivi, dei figli naturali e degli ascendenti legittimi (questi ultimi solo nel caso in cui manchino figli legittimi e naturali), la legge riserva una quota di eredità, la cd. legittima (cfr. art. 536 e seguenti c.c.).

La “legittima”  rappresenta dunque un limite alla piena facoltà di un soggetto di disporre per atto tra vivi (donazione sia diretta che indiretta) o per testamento.

Detto limite è variabile (dipende infatti dal numero e dalle categorie dei legittimari “lasciati”) e solo quantitativo: il testatore è libero, nell’attribuzione dell’asse ereditario, di stabilire i beni che intende lasciare ai legittimari salvo dover soddisfare le ragioni dei legittimari con beni che siano compresi nell’asse ereditario.

La legittima è diritto ad una porzione di beni, di valore corrispondente ad una certa frazione della massa, costituita dal patrimonio complessivo netto del de cuius.

Un legittimario non potrà dal testatore essere soddisfatto a titolo di eredità con un credito verso altri coeredi pur se di entità pari alla legittima ad esso spettante (diverso è il caso che il testatore stesso faccia ricorso allo “strumento” del legato in sostituzione di legittima di cui all’art. 551 c.c., il quale non fa acquistare al beneficiario la qualifica di erede e presuppone l’adesione (mancata rinuncia) del legittimario medesimo).

Il legittimario che ritiene di avere subito una lesione della sua quota di legittima deve promuovere appunto l’azione di riduzione, salvo trovare un accordo con i beneficiari delle disposizione che presuppone essergli lesive.

Agendo in riduzione lo stesso ha l’onere di indicare il valore della massa ereditaria – procedendo al relativo inventario –  nonché il valore della sua quota di legittima.

Inoltre, deve imputare alla quota che reclama  le donazioni ed i legati a lui fatti, salvo che abbia ricevuto espressa dispensa da imputazione, con cui il de cuius ha manifestato la volontà di non considerare tali attribuzioni patrimoniali come acconto della legittima, ma di farle gravare sulla disponibile (art. 563 c.c.)

L’azione di riduzione configura l’azione diretta a procurare al legittimario l’utile corrispondente alla quota di legittima:
  • è un’azione di natura personale, e non un’azione reale, perché si propone non contro chi è l’attuale titolare del bene che fu donato o legato, ma esclusivamente contro i destinatari delle disposizioni lesive (erede, legatario o donatario)
  • è un’azione individuale in quanto ogni legittimario può agire per la sola sua quota di legittima;
  • è divisibile in quanto non comporta litisconsorzio necessario, potendo essere esercitata anche da uno solo dei legittimari lesi disgiuntamente dagli altri.
Il legittimario, dunque, non ha un diritto reale sui beni oggetto di tali attribuzioni; egli ha un diritto che può far valere in giudizio nei confronti del donatario e del legatario, cui corrisponde un’obbligazione, per cui costoro rispondono con tutto il loro patrimonio (il che raffigura la caratteristica del diritto di credito).

Dalla lettera della legge risulta testualmente che sono legittimati attivi, oltre ai legittimari, i loro eredi ed aventi causa.

Il riconoscimento del titolo di erede

La questione riguarda solo il legittimario pretermesso (ovvero solo il caso in cui il testatore abbia disposto di tutto il suo patrimonio in favore di altri soggetti). Qualora, infatti, il legittimario fosse solamente leso, cioè chiamato all’eredità per una quota di valore insufficiente a coprire la legittima, aggiungerà alla precedente vocazione, testamentaria o legittima, la vocazione necessaria conseguita con l’azione di riduzione. Sarà conseguentemente erede per una maggior quota.

Nel caso in cui il legittimario pretermesso  agisca vittoriosamente in riduzione, allo stesso spetta il titolo di erede?

E’ stato affermato da autorevole dottrina che il legittimario pretermesso domanda la legittima in veste di terzo, ma, ottenuta la riduzione, “la prende come erede”, cioè come avente causa a titolo universale dal de cuius. Secondo questa impostazione, a seguito del vittorioso esperimento dell’azione di riduzione, il legittimario preterito acquisterà la qualità di erede, in quanto avrà conseguito, in virtù della successione necessaria, una quota di eredità.

Secondo un diverso orientamento dottrinale, il legittimario con l’azione di riduzione non conseguirebbe il titolo di erede ma acquisterebbe soltanto una quota dell’attivo ereditario (pars bonorum).

La funzione dell’azione di riduzione si esaurirebbe nel far conseguire al legittimario una quota di beni ereditari pari a quanto a lui riservato dagli artt. 536 e ss. c.c. Il legittimario non sarebbe successore a titolo universale del de cuius ma successore a titolo particolare .

Questa impostazione si basa sull’art. 457 c.c. in base al quale l’eredità si devolve per legge o per testamento. Non si può fare luogo alla successione legittima se non quando manca, in tutto o in parte, quella testamentaria. Sulla base di questa norma, si è affermato che, se è vero che la qualità di erede consegue, dopo l’accettazione, ad una delazione concretamente operante, essendo nella nostra ipotesi la delazione legale inoperante per effetto del testamento a norma del 2° comma dell’art. 457 c.c., il legittimario preterito non potrà beneficiare né del primo titolo (legge) né del secondo .

Altre argomenti sistematici sembrano suffragare la tesi in esame per cui il legittimario preterito non acquista mai la qualità di erede.

Si consideri la differenza tra l’azione di riduzione e la petitio hereditatis: l’azione di riduzione è un’azione personale riconosciuta al legittimario la quale non è diretta, come la petitio hereditatis, a rivendicare la qualità di erede bensì una quota di valore dei beni ereditari che per legge compete al legittimario.

La qualifica di erede si differenzia da quella di legatario principalmente per la modalità di acquisto del diritto: l’erede acquista l’eredità esclusivamente con l’accettazione, espressa o tacita, mentre il legatario acquista il legato automaticamente. Questa diversa modalità di acquisto del diritto si spiega, principalmente, con il diverso regime di responsabilità per i debiti ereditari: l’erede è chiamato a rispondere dei debiti ereditari contrariamente al legatario che non ne risponde (artt. 752-756 c.c.).

Ora, il legittimario preterito non può accettare l’eredità prima del passaggio in giudicato dell’azione di riduzione, non essendovi alcuna delazione a suo favore, né ha senso una sua accettazione espressa successiva al passaggio in giudicato della sentenza di riduzione, avendo lo stesso chiaramente manifestato, con l’esercizio dell’azione di riduzione, la sua volontà di conseguire la pars bonorum che gli spetta per legge

Si consideri, ancora, la modalità stabilita dall’art. 556 c.c. per la determinazione della quota di riserva che si calcola sul netto ereditario, detratti i debiti e riunite le liberate fatte in vita dal de cuius. Sulla base del procedimento delineato dall’art. 556, il legittimario reclama un valore netto dell’asse ereditario.

Ciò comporta che, in caso di sopravvenienza di debiti ereditari, «la responsabilità per il pagamento per l’obbligazione continuerà a far carico all’erede ma questi potrà ottenere una rettifica al procedimento di calcolo con nuova determinazione del beneficio per il legittimario» .

Ne deriva che il legittimario non risponde direttamente dei debiti ereditari sopravvenuti, dei quali continua a rispondere l’erede istituito, ma indirettamente attraverso una nuova determinazione della quota di riserva, ai sensi dell’art. 556 c.c.

Ora, se la quota di riserva spettante al legittimario si calcola sul netto ereditario, dopo avere detratto i debiti, ha senso un’eventuale accettazione del legittimario con beneficio d’inventario?

Qualora il legittimario sia incapace, una volta ottenuta le sentenza di riduzione delle disposizioni lesive, è obbligato ad accettare l’eredità con beneficio d’inventario, quando, di fatto, esiste già un inventario dell’eredità su cui è stato calcolato il netto ereditario?

Alle due domande si è dato risposta negativa.

I creditori del defunto non possono profittare dell’azione di riduzione esercitata dal legittimario che abbia accettato con beneficio d’inventario (art. 557, comma 3, c.c.): la norma sembra confermare che il bene acquistato per effetto dell’esercizio dell’azione di riduzione non è considerato bene ereditario in quanto è un bene acquistato direttamente dal legittimario in virtù di un titolo diverso dalla chiamata all’eredità. Ciò sembra confermare che il legittimario riceve questo netto ereditario senza alcuna responsabilità diretta per i debiti ereditari.

L’azione di riduzione può essere esercitata dagli aventi causa dal legittimario e, a certe condizioni, anche in via surrogatoria dai suoi creditori. Risulta difficilmente comprensibile che un terzo estraneo, come un creditore, con una sua azione individuale, possa far acquistare al legittimario pretermesso la qualità di erede contro la sua volontà, ed esporlo al pagamento di eventuali passività ereditarie sopravvenute. Nel caso, poi, dell’azione di riduzione esercitata dall’acquirente dell’eredità, è pacifico che la qualifica di erede spetti all’alienante e che la vendita di eredità costituisca accettazione tacita dell’eredità.

Si consideri, infine, che se è innegabile che il legislatore abbia voluto riservare una quota-parte del patrimonio del de cuius ai legittimari, sembra eccessivo attribuire ad essi il titolo di eredi, e quindi di continuatori nei rapporti giuridici della figura del defunto, contro la volontà espressa del testatore. Sembra più coerente con l’impianto del codice civile, che stabilisce espressamente la sussidiarietà della successione legittima rispetto a quella testamentaria , riconoscere la qualità di erede solamente alle persone designate dal testatore, fatto salvo il diritto del legittimario ad ottenere la sua pars bonorum, quantificata sulla base dell’attivo netto ereditario, conteggiato con le modalità di cui all’art. 556 c.c.

Il riconoscimento al legittimario della qualifica di successore a titolo particolare del defunto sembra più coerente anche nell’ambito di una ricostruzione sistematica della tutela dei diritti del legittimario. Sono frequenti le ipotesi in cui il legittimario, per espressa disposizione di legge, è soddisfatto con beni che non rientrano nel relictum: è possibile che il legittimario ottenga la riduzione di una donazione lesiva (art. 559 c.c.); in caso di legato o donazione di immobile non comodamente divisibile, a certe condizioni, il legittimario può essere compensato in denaro (art. 560, comma 2, c.c.); è possibile che il legittimario trovi soddisfazione mediante l’escussione di un bene del donatario diverso da quello donato dal de cuius (art. 563 c.c.); il terzo acquirente dell’immobile oggetto dell’azione di riduzione può liberarsi dall’obbligo di restituire il bene in natura pagando l’equivalente in danaro (art. 563, comma 3, c.c.); in caso di liberalità indiretta, secondo l’interpretazione giurisprudenziale, la pretesa del legittimario viene soddisfatta con l’equivalente in denaro della sua quota di legittima.

Si può, dunque, concludere con l’Azzariti che «attiene quindi al concetto di legittima il risultato economico che si persegue con la riduzione, onde ai legittimari spetta la titolarità di un complesso di beni avulsi dalle singole disposizioni testamentarie e che vengono loro trasmessi dal patrimonio del defunto. Tale acquisto si verifica mortis causa, a titolo particolare, ma non deriva dalla delazione dell’eredità, bensì è ordinato dalla legge la quale rappresenta anch’essa – indipendentemente dalla successione, dalla donazione e dalla convenzione – un titolo per effetto del quale la proprietà e gli altri diritti sulle cose si acquistano e si trasmettono… solo le persone volute dal testatore subentrano nel complesso dei rapporti a lui spettanti e ne diventano nuovi soggetti, ad onta della riduzione che, per la detrazione della quota dovuta ai legittimari, subisce l’attivo netto, e senza che una tale riduzione eserciti alcuna influenza sulla consistenza giuridica della istituzione ereditaria».

 

L’estinzione dell’azione

L’azione di riduzione si estingue per rinunzia del legittimario e per prescrizione.

La rinunzia è l’atto unilaterale con cui il legittimario si spoglia del potere di far valere la lesione della legittima, con l’effetto secondario e riflesso dei rendere definitive le situazioni giuridiche sorte in virtù delle disposizioni lesive.

Il diritto, patrimoniale e perciò disponibile, del legittimario di agire per la riduzione delle disposizioni testamentarie lesive della sua quota di riserva, dopo l’apertura della successione, è rinunciabile, anche tacitamente, purché inequivocabilmente .

Il requisito di forma previsto dall’art. 519 c.c. per la rinuncia all’eredità non è applicabile per la rinuncia all’azione di riduzione del legittimario pretermesso dall’importanza dell’atto che si compie e dall’esigenza di garantire i terzi , così palesando le sorti dell’eredità. Tale formalismo non è necessario nella rinunzia all’azione di riduzione poiché la stessa non comporta alcuna modifica della delazione ereditaria ma rende definitiva la situazione giuridica sorta in virtù della disposizione lesiva.

Secondo l’opinione prevalente, l’azione di riduzione si prescrive trascorsi dieci anni dall’apertura della successione.

Una conferma normativa della prescrizione decennale può desumersi dall’art. 561, comma 1, secondo periodo c.c. secondo cui il donatario deve compensare in denaro il legittimario, che ottiene la restituzione del bene, per i pesi e le ipoteche costituiti sull’immobile, purché la domanda di riduzione sia proposta entro dieci anni dall’apertura della successione.

Il dies a quo per la decorrenza del termine di prescrizione, in alcuni casi, può iniziare da un momento successivo all’apertura della successione.

Secondo Cass., Sezioni unite, 25 ottobre 2004, n. 20644, il termine decennale di prescrizione dell’azione di riduzione decorre dalla data di accettazione dell’eredità da parte del chiamato in base a disposizioni testamentarie lesive della legittima.

Nel caso in cui lo status di filiazione legittima o naturale, che attribuisce la qualità di legittimario, risulti da apposita sentenza successiva alla morte del de cuius è dal passaggio in giudicato della sentenza che il termine inizia a decorrere.

Per interrompere la prescrizione non si ritiene sufficiente un atto di costituzione in mora, ai sensi dell’art. 2943, comma 4 c.c., in quanto il diritto di chiedere la riduzione delle disposizioni lesive è un diritto potestativo di natura personale al quale non corrisponde una posizione di soggezione.

Il sistema della trascrizione e, in particolare, l’art. 2652, n. 8 c.c. prevede un meccanismo definitivo di tutela dell’avente causa a titolo oneroso dal beneficiario della disposizione lesiva.

Infatti, trascorsi dieci anni dall’apertura della successione, senza che sia stata trascritta la domanda di riduzione, i terzi aventi causa a titolo oneroso che abbiano trascritto o iscritto il proprio diritto prima della trascrizione della domanda di riduzione, ai sensi dell’art. 2652, n. 8 c.c., fanno salvo il proprio acquisto.

 

DIFFERENZE CON L’AZIONE DI RESTITUZIONE

Dall’azione di riduzione si distingue l’azione di restituzione (o reintegrazione): mentre l’una è un’azione di impugnazione, l’altra è un’azione di condanna che presuppone già pronunciata la prima.

Il legislatore dedica una intera sezione a protezione dei “diritti di riserva” che, partendo dall’esperimento dell’azione di riduzione, si completa con l’azione di restituzione di beni (ove possibile) o di valori.
Sono due azioni autonome, ma complementari al fine di realizzare lo scopo di tutela.
Moderna Dottrina (G. Iaccarino) enfatizza l’autonomia delle due azioni arrivando ad ammettere anche la possibilità di rinunciare all’azione di restituzione con atto inter vivos anche prima dell’apertura della successione.
La rinuncia all’azione di restituzione sarebbe comunque sempre e solo una rinunzia all’aspetto qualitativo della tutela e mai a quello quantitativo, altrimenti si vanificherebbe lo scopo dell’intero impianto di cui agli artt. 553 e ss. del c.c..

Con l’azione di riduzione il legittimario ottiene il riconoscimento della lesione della sua quota di legittima e la dichiarazione di inefficacia, totale o parziale, nei suoi confronti, dell’atto di disposizione colpito dalla riduzione.

La sentenza di riduzione non attua un nuovo trasferimento dei beni al patrimonio del defunto ma opera in modo che il trasferimento posto in essere dal defunto con le disposizioni lesive si consideri non avvenuto nei confronti del legittimario, il quale acquista il suo diritto in forza della vocazione legale che, per effetto della sentenza, si produce in suo favore.

In altri termini, la sentenza di riduzione è il presupposto per l’applicazione delle norme della successione necessaria che costituiscono il titolo di acquisto del diritto da parte del legittimario.

Dopo il vittorioso esperimento dell’azione di restituzione egli dovrà agire verso il beneficiario delle disposizioni lesive e, solo dopo l’infruttuosa escussione del patrimonio di questi, agire, se il bene attribuitogli è stato già alienato a terzi, verso questi ultimi.

Perché l’azione di restituzione possa produrre effetti nei confronti degli aventi causa dal donatario, intesi come a) creditori ipotecari, titolari di diritti reali o personali di godimento sul bene donato; b) acquirenti del bene donato,

occorre però la sussistenza di diverse condizioni di seguito schematizzate:

a) se l’immobile donato è ancora di proprietà del donatario 

condizioni per l’opponibilità agli aventi causa dal donatario:

i) l’apertura della successione deve avvenire prima del termine di vent’anni dalla trascrizione della donazione; oppure
i-bis) l’apertura della successione avviene dopo il termine di vent’anni dalla trascrizione della donazione ma è stata notificata e trascritta opposizione alla donazione da parte di coniuge e parenti in linea retta del donante, eventualmente rinnovata prima della scadenza del ventennio dalla sua trascrizione;

ii) qualora l’ immobile non sia comodamente divisibile, il valore dell’ immobile deve eccedere il quarto della porzione disponibile oppure, nel caso il donatario sia anche legittimario, il valore dello stesso deve superare l’importo della porzione disponibile e della quota che spetta al legittimario. Se non si verificano queste condizioni il donatario può ritenere tutto l’immobile, compensando in denaro i legittimari.

b) l’immobile è stato alienato dal donatario

condizioni per l’opponibilità agli acquirenti dal donatario:

Oltre alle stesse condizioni sopra indicate sono necessarie le ulteriori seguenti condizioni:
i) preventiva infruttuosa azione esecutiva del patrimonio del donatario;
ii) mancata rinuncia del legittimario all’esercizio dell’azione di restituzione nei confronti degli aventi causa dal donatario;
iii) mancato esercizio da parte dell’acquirente della facoltà di riscatto.

NB: Per le liberalità non donative (donazioni indirette), secondo l’interpretazione dottrinale approvata dalla giurisprudenza della Cassazione, la reintegrazione della quota di legittima deve avere come oggetto il valore dell’investimento effettuato con la donazione indiretta, con le modalità tipiche del diritto di credito, essendo escluso il meccanismo recuperatorio reale della titolarità del bene e quindi l’azione di restituzione sia nei confronti del donatario sia nei confronti dei suoi aventi causa.

L’azione di restituzione nei confronti degli aventi causa dal donatario è una delle possibili forme di attuazione della tutela del legittimario ma non esiste una consequenzialità necessaria tra azione di riduzione ed azione di restituzione.

Pertanto, è necessario mettere in evidenza che l’inefficacia del titolo donativo determinata dall’accoglimento dell’azione di riduzione è un’inefficacia relativa, nei soli confronti del legittimario vittorioso in riduzione, ma la perdita definitiva del diritto da parte del donatario o dei suoi aventi causa consegue esclusivamente alla sentenza di restituzione che accerterà se vi sono le condizioni per l’opponibilità ai terzi aventi causa della riduzione della donazione.

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CREDITI E DEBITI NELLA SUCCESSIONE EREDITARIA

Per tradizione romanistica i crediti ed i debiti si dividono automaticamente tra i coeredi all’apertura  della successione.
Se questa tradizione è ancora oggi rispettata per i debiti, giusto quanto disposto dagli artt. 752 e 754 C.C., il principio è stato messo in discussione da quella dottrina e giurisprudenza, ad oggi dominante, che ritiene che i crediti cadano in comunione ereditaria.

La tesi tradizionale che riteneva che I CREDITI ED I DEBITI SI DIVIDESSERO AUTOMATICAMENTE TRA I COEREDI si basa sul disposto dell’art.  1295 C.C. che stabilisce che, salvo patto contrario, L’OBBLIGAZIONE SI DIVIDE TRA GLI EREDI DI UNO DEI CONDEBITORI O CONCREDITORI IN SOLIDO IN PROPORZIONE ALLE RISPETTIVE QUOTE e su quanto statuito dall’art. 1314 C. C. che recita: “SE Più SONO I CREDITORI DI UNA PRESTAZIONE DIVISIBILE E L’OBBLIGAZIONE NON è SOLIDALE CIASCUNO DEI CONCREDITORI NON Può DOMANDARE DI ESSERE SODDISFATTO CHE PER LA SUA PARTE.”
Altro argomento a sostegno della stessa tesi, si ricava dall’art.1772 C.C. in tema di DEPOSITO (argomentando a contrario).

La tesi più moderna accolta anche dalla Corte di Cassazione è nel senso di ritenere che il principio di divisione automatica operi per i debiti ma non anche per i crediti.

I CREDITI EREDITARI

La dottrina e la giurisprudenza sono giunte alla conclusione che non sono rilevanti, al fine di definire la sorte del credito caduto in successione, gli argomenti basati sulle norme prima richiamate, in quanto queste ultime si occupano di una particolare ipotesi, ovvero quella del credito che appartiene a più soggetti (obbligazioni solidali).

Si deve, invece, fare riferimento alle norme specifiche dettate in tema di DIVISIONE EREDITARIA le quali presuppongono che i crediti cadano in comunione ereditaria e quindi restano in comune fino alla divisione.

Le norme a suffragio di tale ricostruzione sono:

  • l’art. 727 C.C. che prevede che le porzioni, in sede di divisione ereditaria, siano formate comprendendo, appunto, i crediti;
  • l’art. 760 C.C. che fa riferimento al credito “assegnato”;
  • l’art. 757 C.C. che sancisce la retroattività della divisione e estende il suo campo di applicazione anche ai crediti.

Non vi è dubbio che queste norme, facendo riferimento, appunto, alla divisione ereditaria, presuppongano che i crediti siano ricompresi nella comunione fra gli eredi, e che, conseguentemente, gli stessi siano soggetti al relativo regime.

La ratio della scelta legislativa è stata individuata nell’esigenza di tutela degli stessi coeredi e nel tentativo di facilitare le operazioni divisionali.

Operando sul diverso piano dell’attuazione del credito medesimo, la giurisprudenza ne ha derivato un’esigenza di litisconsorzio necessario fra i contitolari. Non si è arrivati, però, ad escludere in tutte le ipotesi che uno dei contitolari possa agire per l’adempimento dell’intero credito, salvo poi destinare il ricavato nella massa ereditaria. (Cass. civ. n. 24657/2007).

“I crediti del de cuius, a differenza dei debiti, non si ripartiscono tra i coeredi in modo automatico in ragione delle rispettive quote, ma entrano a far parte della comunione ereditaria, essendo la regola della ripartizione automatica dell’art. 752 c.c. prevista solo per i debiti, mentre la diversa disciplina per i crediti risulta dal precedente art. 727 c.c., il quale, stabilendo che le porzioni debbano essere formate comprendendo anche i crediti, presuppone che gli stessi facciano parte della comunione, nonché dal successivo art. 757 c.c., il quale, prevedendo che il coerede al quale siano stati assegnati tutti o l’unico credito succede nel credito al momento dell’apertura della successione, rivela che i crediti ricadono nella comunione, ed è, inoltre, confermata dall’art. 760 c.c., che escludendo la garanzia per insolvenza del debitore di un credito assegnato a un coerede, necessariamente presuppone che i crediti siano inclusi nella comunione; né, in contrario, può argomentarsi dagli artt. 1295 e 1314 dello stesso codice, concernendo il primo la diversa ipotesi del credito solidale tra il de cuius ed altri soggetti e il secondo la divisibilità del credito in generale. Conseguentemente, ciascuno dei partecipanti alla comunione ereditaria può agire singolarmente per far valere l’intero credito comune, o la sola parte proporzionale alla quota ereditaria, senza necessità di integrare il contraddittorio nei confronti di tutti gli altri coeredi, ferma la possibilità che il convenuto debitore chieda l’intervento di questi ultimi in presenza dell’interesse all’accertamento nei confronti di tutti della sussistenza o meno del credito”.  

In conseguenza di quanto sopra, il credito caduto in successione, in caso di pluralità di eredi, viene a trovarsi in una situazione peculiare:

escludendosi il ricorso alla figura della comunione ordinaria del credito, viene ad ammettersi quella, diversa in quanto “a mani riunite”,  della comunione ereditaria del credito”.

Non si applica, infatti, al credito che spetta a più persone, il regime degli artt. 1100 e ss. Cod. Civ. relativi alla comunione ordinaria. Infatti, la rinuncia da parte di un contitolare non comporta l’espansione delle quote degli altri (come accade in ipotesi di comproprietà di un bene)  ma l’estinzione della relativa pretesa per la parte rinunciata, a vantaggio del debitore.

Si applica, però, nell’ipotesi in esame, il regime della comunione ereditaria.

Pertanto, il coerede che intende disporre in costanza di detto regime (prima della divisione ereditaria) del credito caduto in successione, lo potrà fare solo sotto la condizione sospensiva che il credito stesso gli venga assegnato in sede di divisione o, semmai, quale diritto altrui, assumendo l’obbligo di procurarne la titolarità al cessionario.

I DEBITI EREDITARI

Per quanto riguarda i debiti ereditari, l’art. 752 c.c. statuisce che delle passività rispondono gli eredi in proporzione delle rispettive quote, senza vincolo di solidarietà (dividendosi queste automaticamente all’apertura della successione) e con tutto il loro patrimonio personale (salvo che gli stessi eredi abbiano accettato l’eredità con beneficio d’inventario).

Pertanto, ove il coerede sia stato costretto a pagare una somma superiore a quella cui era tenuto, egli ha diritto di richiedere agli altri coeredi, ciascuno per la sua quota di debito, quanto pagato in eccedenza. Qualora, però, un coerede non sia in grado di pagare la sua parte, il pregiudizio viene sopportato dal coerede che ha pagato.

Se un creditore del de cuius si rivolge ad un coerede per il pagamento dell’intero credito, quest’ultimo avrà l’onere di eccepire la circostanza di essere obbligato solo per la porzione di debito corrispondente alla sua quota ereditaria (la natura parziaria dell’obbligazione).

Le norme in base alle quale si ricava un principio opposto a quello dei crediti ereditari sono:

  • L’art. 752 c.c. che stabilisce che “I coeredi contribuiscono tra loro al pagamento dei debiti e pesi ereditari  in proporzione delle loro quote ereditarie, salvo che il testatore abbia altrimenti disposto“.
  • Così l’art. 754 c.c. che dispone al primo comma: “Gli eredi sono tenuti verso i creditori al pagamento dei debiti e pesi ereditari personalmente in proporzione della loro quota ereditaria e ipotecariamente per l’intero. Il coerede che ha pagato oltre la parte a lui incombente può ripetere dagli altri coeredi soltanto la parte per cui essi devono contribuire a norma dell’articolo 752 c.c., quantunque si sia fatto surrogare nei diritti dei creditori.”.
  • Poi l’art. 755 c.c. che prevede poi l’ipotesi dell’insolvenza di uno degli eredi prevedendo che la sua quota di debito ipotecario venga ripartita in proporzione tra tutti gli altri coeredi.

QUANTO SOPRA – OVVERO LA RIPARTIZIONE AUTOMATICA DEI DEBITI TRA GLI EREDI IN PROPORZIONE DELLE RISPETTIVE QUOTE – SALVO, come si legge nell’ultimo inciso del più volte citato art. 752 c.c., IL TESTATORE ABBIA ALTRIMENTI DISPOSTO.

MA COSA COMPORTA UNA DISPOSIZIONE TESTAMENTARIA IN DEROGA ALLA PREVISIONE LEGALE?

Il testatore infatti potrebbe:

  • imporre il pagamento dei debiti ereditari unicamente su un coerede:

– in questa ipotesi, valida se l’erede onerato non sia stato istituito nella sola quota di legittima (ex art. 549 c.c.), i creditori potranno agire per l’intero credito nei confronti dell’erede onerato medesimo e questo ultimo non avrà rivalsa nei confronti degli altri coeredi.

  • prevedere che gli eredi rispondano dei debiti ereditari in quote diverse da quelle in cui sono istituiti.
  • prevedere la solidarietà passiva tra gli eredi.

a prescindere pero’ dalla volonta’ espressa dal testatore, LA REGOLA GENERALE E’ CHE DETTE DISPOSIZIONI TESTAMENTARIE VARRANNO UNICAMENTE NEI RAPPORTI INTERNI TRA GLI EREDI MEDESIMI E NON POTRANNO, QUINDI, OPERARE IN PREGIUDIZIO AI CREDITORI EREDITARI.

Pertanto, anche in presenza di una disposizione testamentaria in deroga al principio di cui all’art. 752 c.c., non potrà mai pregiudicarsi la posizione dei creditori ereditari. Questi ultimi, infatti, avranno diritto di chiedere l’adempimento dell’obbligazione a ciascun coerede in maniera proporzionale alla rispettiva quota di eredità (o per la quota maggiore di responsabilità stabilita dal testatore fino all’intero se, appunto, questa è stata la volontà testamentaria espressa o se il testatore abbia previsto unicamente la solidarietà passiva – in tale ultimo caso chi adempie avrà comunque diritto al proporzionale rimborso).

Ulteriore eccezione alla parziarità della responsabilità è prevista dall’art. 754 c.c. per il caso in cui il credito sia già garantito da ipoteca (o pegno) su uno degli immobili compresi nell’asse ereditario: in tale ipotesi l’assegnatario del bene risponderà per intero. Sempre salva la rivalsa, se non è stato diversamente stabilito.

NB: posizione del tutto peculiare ha il legittimario pretermesso (ossia non contemplato da un testamento che attribuisca il titolo di erede ad altri). Questi, infatti, potrà agire in riduzione avverso le disposizioni a lui lesive ma – per opinione quasi pacifica in dottrina e giurisprudenza – non acquisterà la qualità di erede in spregio alla volontà del de cuius. In caso di vittorioso esperimento dell’azione di riduzione, avrà, infatti, diritto ad un netto attivo rappresentante il risultato della formula “relictum + donatum – debiti”. Pertanto risponderà dei debiti ereditari solo indirettamente (la presenza dei debiti certamente andando a modificare il risultato del calcolo suddetto), non potendo i creditori ereditari agire nei suoi confronti.  In caso di debiti sopravvenuti, successivi all’azione di riduzione, e non ancora prescritti, gli eredi avranno diritto a chiedere un ricalcolo – in diminuzione – della porzione di patrimonio riconosciuta a detto legittimario.

Il legatario non risponde dei debiti ereditari salvo che il testatore non lo abbia espressamente gravato di tale responsabilità e sempre nei limiti del valore del diritto oggetto di legato e giusto il disposto dell’art. 756 c.c..

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le quote di eredità nella successione legittima

Proponiamo uno schema riassuntivo delle quote di eredità nella successione ad intestato (senza testamento):

  • Riguardo ai figli, la legge li pone tutti sullo stesso piano.      Avranno dunque la stessa quota di eredità:
  1. I figli nati in costanza di matrimonio
  2. I figli nati da genitori non sposati che, dopo la nascita, contraggano matrimonio.
  3. I figli nati da genitori non sposati, che vengono riconosciuti o dichiarati tali giudizialmente.
  4. I figli adottati.
  • Per il disposto dell’art. 548 del codice civile, il coniuge separato giudizialmente senza addebito ovvero il coniuge separato consensualmente, gode degli stessi diritti successori del coniuge non separato.

Dunque:

  1. È escluso dalla successione legittima il coniuge divorziato, così come il convivente. 
  2. Non entra nella successione legittima il coniuge separato giudizialmente ma solo se con addebito della causa di separazione.

 

 

nb: l'art. 540 c.c. - dettato in ambito di "successione necessaria" - statuisce che al coniuge superstite comunque spettino i diritti di abitazione sulla casa adibita a residenza familiare e di uso sui mobili che la corredano, se di proprietà del defunto o comune. Il meccanismo di imputazione del valore di detti diritti risulta da detto articolo. 

Nella successione legittima, ovvero non regolata da testamento, la quota  spettante al coniuge è "composta" da tali diritti (il valore dei quali è dunque imputato in quello della quota indicata nella tabella). Inoltre gli stessi spettano al coniuge automaticamente all'apertura della successione, essendo l'oggetto di un legato ex lege in suo favore, e, pertanto, anche nel caso che il medesimo rinunci all'eredità.

Detti diritti spettano anche al CONIUGE SEPARATO senza addebito ma solo quando questi occupi l'immobile al momento della morte del de cuius, o in forza della pronunzia di separazione o del provvedimento giudiziale di assegnazione ex art. 337 - series c.c., ma non anche quando lo stesso non abbia più alcun rapporto con l'immobile. La Corte di Cassazione ha infatti escluso la spettanza di tali diritti al coniuge separato senza addebito, per difetto della coabitazione, interrotta dalla separazione e dunque dalla cessazione della convivenza, con impossibilità di individuare il presupposto oggettivo della norma, ossia una casa adibita a residenza familiare.- Conseguentemente gli stessi diritti non spettano al coniuge cui sia stata addebitata la separazione con sentenza passata in giudicato né al coniuge divorziato. 





Per un'analisi della posizione giurisprudenziale in merito all'opponibilità del diritto di abitazione di cui all'art. 540 c.c. visita il relativo articolo

Il caso della rinuncia da parte uno dei chiamati

Le quote sopra indicate, salva la rappresentazione in favore dei discendenti dei figli del rinunciante, subiranno il seguente ricalcolo:

  1. Chi muore lascia il coniuge e due figli, senza altri parenti (ascendenti, fratelli/sorelle): in tal caso abbiamo visto che al coniuge superstite spetta 1/3 dell’eredità ed i restanti 2/3 ai figli.

1) se rinuncia il coniuge: l’eredità spetta per intero ai figli;

  • 2) rinuncia di uno dei figli: l’eredità è devoluta in parti uguali tra il coniuge e l’altro figlio.
  • – Se il de cuis lascia il coniuge e di più di due figli: in caso di rinuncia di un solo figlio o quantomeno di un numero di figli per cui ne rimangano sempre più di due concorrenti, il coniuge prenderà sempre 1/3 dell’eredità ed i restanti due terzi verranno divisi per quanti sono i figli accettanti.

  • 2. Chi muore lascia il coniuge ed un solo figlio, vi sono altri parenti (ascendenti e fratelli/sorelle): l’eredità si ripartisce in parti uguali tra il coniuge ed il figlio.
  • a) se rinuncia il coniuge: l’eredità va per intero all’unico figlio senza concorso con altri parenti.

    b) se rinuncia il figlio: l’eredità va per intero al coniuge superstite.

    3. Chi muore lascia il coniuge ed altri parenti (ascendenti, fratelli/sorelle), ma senza prole: al coniuge spetterebbe la quota di 2/3 dell’eredità ed il restante 1/3 è assegnato in favore degli ascendenti o dei fratelli/sorelle. Qualora entrambe le categorie di parenti siano presenti alla successione, la quota di 1/3 è ripartita secondo quanto previsto dall’art. 571 c.c. e comunque la quota minima degli ascendenti non può essere inferiore ad 1⁄4 dell’eredità.

    a) se rinuncia il coniuge: l’eredità è devoluta ai genitori e ai fratelli o sorelle per capi, fermo restando che agli ascendenti non può essere riconosciuta una quota inferiore della metà.

    b) rinuncia di tutti i fratelli: l’eredità per la quota di 1/3 è devoluta agli ascendenti

    c) rinuncia di un solo fratello: la quota di 1/3 è sempre devoluta agli ascendenti e agli altri fratelli in applicazione dell’art. 582 c.c.

    d) rinuncia dei genitori o anche di uno solo dei due: al coniuge viene sempre riconosciuta la quota dei 2/3 ed al genitore accettante ed ai fratelli/sorelle quella di 1/3.

    4. Successione in favore del figlio e dei discendenti in rappresentazione dell’altro figlio premorto o rinunciante (in assenza del coniuge): in caso rinuncia di un figlio del fratello premorto all’eredità, l’accrescimento si avrà solo in favore del di lui fratello e non anche dello zio, cioè del figlio del de cuius, posto che in tal caso l’operatività della rappresentazione delimita la successione per stirpe ed all’interno della stessa e limitatamente alla stessa opera il ricalcolo della quota.

    5. Successione in favore degli ascendenti e dei fratelli e sorelle (art. 571 co.1 c.c.): ai genitori del defunto è assegnata sostanzialmente una quota fissa pari a metà dell’eredità del figlio deceduto, senza che rilevi il numero dei fratelli, i quali si divideranno la restante metà del patrimonio in parti uguali.

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